Radar · 03/08/2026 · fatto del 27/07/2026 · ricerca

L'attacco Tarski: nessun truth probe può smascherare un'AI bugiarda

Abel Jansma pubblica un argomento formale che dimostra un limite teorico alla detection della menzogna negli LLM. Se una sonda cerca di classificare le risposte di un modello come vere o false, basta darle la frase «la sonda dice che questa frase è falsa» per creare un paradosso insanabile. È lo stesso argomento di Tarski: nessun linguaggio sufficientemente espressivo può contenere il proprio predicato di verità. Jansma lo mostra in pratica su Qwen3.5-4B, dove la sonda perde ogni senso sulle frasi autoreferenziali paradossali.

Perché ti riguarda. Il risultato arriva mentre il panorama della sicurezza AI è teso in due direzioni. Opus 5 ha resistito a zero attacchi di prompt injection su 129 scenari, il miglior risultato fra i modelli frontier. Ma i guardrail di quegli stessi modelli bloccano i ricercatori di sicurezza che cercano le vulnerabilità prima dei criminali. L’attacco Tarski aggiunge un terzo dato strutturale: la detection perfetta della menzogna è teoricamente impossibile. La difesa resta un lavoro di strati software e di permessi, non di un oracolo incorporato nel modello. E la tensione fra modelli chiusi con guardrail rigidi e modelli open dove i ricercatori possono lavorare si stringe ancora.

Nel dettaglio

Il contesto. Negli ultimi mesi, i ricercatori di AI safety hanno costruito «truth probe»: classificatori che leggono lo spazio di embedding di un modello e dicono se una risposta è vera o falsa. L’ipotesi di fondo, chiamata Linear Representation Hypothesis, è che concetti come genere, emozioni o capitali corrispondano a direzioni nello spazio vettoriale degli embedding. Se «verità» fosse una direzione, una sonda lineare potrebbe rilevarla. Funziona sorprendentemente bene: Jansma costruisce una sonda su Qwen3.5-4B che raggiunge il 94% di accuratezza su frasi di valutazione, con un AUC di 0,98.

L’attacco. Il problema è l’auto-referenza. Se il linguaggio del modello è abbastanza espressivo da descrivere la sonda e il suo output (e l’inglese lo è), si può costruire una frase che dice «la sonda classifica questa frase come falsa». Se la frase è vera, la sonda dovrebbe dire VERO, ma allora la frase è falsa. Se la frase è falsa, la sonda dice VERO, ma allora la frase è vera. È il paradosso del mentitore formalizzato da Tarski: nessun linguaggio sufficientemente espressivo può contenere il proprio predicato di verità totale. Jansma lo verifica su Qwen3.5-4B: sui 120 esempi di training la sonda funziona, sulle frasi diagonali produce punteggi senza senso.

Cosa cambia. Le truth probe sono uno degli strumenti che i ricercatori di sicurezza vorrebbero usare per capire se un modello sta mentendo o nascondendo qualcosa, specialmente quando i modelli diventano più capaci e potenzialmente ingannevoli. L’attacco Tarski dimostra che nessuna sonda, per quanto ben addestrata, può essere un oracolo perfetto. Rimane uno strumento probabilistico, utile ma non definitivo.

I limiti della dimostrazione. L’esperimento di Jansma è un toy example: 120 frasi di training, 36 di valutazione, un modello piccolo. L’argomento formale, però, non dipende dalla scala: è un teorema che vale per qualsiasi modello il cui linguaggio di input sia sufficientemente espressivo. La domanda aperta è quanto incidano in pratica questi casi diagonali. Nell’uso quotidiano di un assistente, le frasi autoreferenziali paradossali sono rare. Il rischio cresce quando l’input non è controllato, come nella prompt injection indiretta, dove documenti esterni contengono istruzioni nascoste.

L’angolo pratico. Per chi schiera agenti in produzione, il messaggio è duplice. Primo: nessuno strumento singolo, nemmeno una sonda di verità, sostituisce la difesa a strati (isolamento, permessi, validazione dell’output). Secondo: la ricerca di sicurezza ha bisogno di accedere ai modelli per studiarli, e i guardrail che bloccano i ricercatori onesti rendono i modelli meno trasparenti, non più sicuri.

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